Addio Matteo, giovane uomo

Matteo era un mio alunno, vivacissimo, quasi insopportabile. Aveva a volte incomprensibili gesti di cui nemmeno lui conosceva la portata. Poi è diventato adulto, un uomo con le spalle larghe e lo sguardo fiero. Si era domato, diceva. Sperava in una famiglia sua, una moglie, la vita normale.  Ora se ne è andato ucciso dal tumore. Era giovane, era fiero, era anche arrabbiato. Non è stato sufficente per combatterle e vincerlo. Ha combattuto. Ciao Matteo, piango per te e per tutti coloro che hanno combattuto e combatteranno.

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Auguri di Natale

Auguri a me prima di tutto, il perché lo sapete, e se non lo conoscete leggete il blog . E’ il terzo Natale, e vai! Auguri a tutti coloro che soffrono, hanno sofferto e soffriranno per un tumore. Un pezzetto del mio cuore è per tutti loro.

Auguri a tutti i docenti che diventeranno impiegati, almeno un lavoro lo avranno,e  di questi tempi è molto importante.
Auguri ai politici, spero che rimangano in bolletta ( sui loro conti)  così provano un poco la crisi e la smettano di usare i nostri soldi per mutande verdi e mentine al cianuro.

Auguri agli altri blogger che continuano , con indomita tenacia a scrivere pagine,diari e commenti  pensati con la loro testa, senza avere un capo che declina le parole. I pensieri liberi sono il meglio!

Auguri ai bambini che ancora riescono a vivere pensando al futuro. Diranno peste e corna quando si accorgeranno di quello che gli stiamo lasciando, dalla Terra dei Fuochi alla vacuità dei nostri modi di vivere, sempre senza pensare all’essenziale.

Auguri anche  a tutti coloro che si danno da fare per cambiare il mondo. E’ quasi impossibile, ma si può fare.

Auguri a tutti, in fondo tutti abbiamo bisogno di qualche giorno di stop e di goderci quello che abbiamo, che dopo si ricomincia.

Cambia-menti, di Vasco Rossi. Ultimamente mi sento molto in sintonia con quello che canta! Anche lui è del 1952!

La paura dei controlli.

Da giorni mi chiedo se ha senso parlarne in pubblico o no. Ma la paura mi sta corrodendo le speranze, i mille dubbi non mi abbandonano. Quando arrivo intorno all’area controlli vado in tilt, e mi vengono in mente racconti d’ospedale che credevo cancellati per fare posto alla speranza, al domani. Mi devo distrarre da questo pensiero che si concretizza in sbadataggine e superficialità nelle cose che faccio. Paura di dover ricominciare o peggio. Ogni controllo è un tormento, un’ansia che accresce. Forse dovrebbe essere il contrario, ma lui è subdolo, indomabile. Non dovrei avere pensieri negativi, dovrei essere positiva e guardare a cosa farò dopo, che non sarà bellissimo. Forse anche il pensiero del dopo, in tutti sensi mi fa paura, non so. Continuare a sorridere, a far finta di niente, per non spaventare chi mi sta vicino, per non trascinarli nel mio gorgo di paura.Una volta, prima, nell’altra vita, quando ero così stemperavo l’irritazione con lo shopping, ma ora non mi interessa più. Nemmeno il cibo che ho sempre apprezzato e cucinato con grande amore. Ora, per stemperare lo scarso risultato nel piati chiedo se ho impiattato bene, ridendo, alla Masterchef. Uno spinacio cotto con una mandorla sopra è meglio dello spinacio cotto e basta. Per fortuna c’è il sole che scalda. Ne ho bisogno.

La cintura

E’ tutto finito per una cintura ed è pure cominciato per una cintura. Cercavo una cintura da mettere nei pantaloni, poi mi sono resa conto che i pantaloni andavano sistemati con la macchina da cucire. Non ho usato la macchina da cucire e i pantaloni sono ancora così, ma da quel momento mi è tornata la voglia di fare le cose, sono quasi tornata come prima, nonostante il caldo opprimente. Come se due anni di vita  difficilissimi siano stati assorbiti da una quotidianità che credevo perduta. Ho iniziato ad annaffiare i fiori, e quando lo faccio vuol dire che è tutto ok. Da notare che io di solito non porto le cinture!

Sono molto meno stanca di prima ed ho buone energie per progettare, conoscere, frequentare, scrivere.

Ogni storia è a sè, c’è chi si riprende prima, chi dopo, chi mai, chi piange, chi continua come sempre. C’è una mia collega che appena ha potuto ha ricominciato a lavorare, perché desiderava tornare alle solite abitudini. Io, che comunque a settembre non ero proprio in grado di riprendere il lavoro ho preferito seguire un’altra strada. In ogni caso adesso so che c’è un prima e un dopo, nel mio caso uniti /separati da una cintura.

Le frasi da non dire a un malato di tumore ( dalla Repubblica.it)

Ho letto il bell’articolo di una giornalista inglese che, superato un tumore, ha scritto il decalogo delle frasi da non dire a un malato di tumore Concordo in pieno su tutto quello che ha scritto, infatti io chiedevo di essere positivi e di parlare della vita di tutto i giorni, perché non sai mai come sarà il domani. Ma c’è una frase che non ho trovato e che forse appartiene a un gruppo di persone che seguono terapie alternative, new age, anche se non è più di moda. La frase è : “Te lo sei fatto venire proprio lì, lo sai che è una offesa non superata.”

Me l’hanno detta un paio di volte e io ho risposto : “Se proprio dovevo farmi venir qualcosa diventavo anoressica, che sono ciciotta. Poi se dipende dalle offese non superate sai che carta geografica  ero!”

Perchè il temine di colpa, nel caso del tumore è assurdamente molto diffuso. Come se dipendesse da noi se viene. Ho conosciuto persone di diversissimo stile di vita, che hanno affrontato il cancro in modo personale, ma alla fine non ci sono più, e altre ,idem, che ci sono ancora, sopravvissute, secondo la medicina ufficiale.

Mai che dicano che abitando vicino a un inceneritore può accadere o che nel cibo e nell’acqua ci sono sostanze velenose, oltre a quello che respiriamo. Se le foglie delle piante del mio giardino si bruciano, stranamente, perché i mie polmoni dovrebbero essere perfetti?

Io ringrazio la giornalista, che ha permesso di mettere a fuoco un problema importante per i malati di tumore: il rapporto con gli altri. Io per ora sono sopravvissuta, per fortuna.

Articolo

Il sole nel cuore

L’anno scorso, in questi giorni, sembrava che il mio mondo stesse per svanire nel nulla, che io stessi per scomparire, lasciando progetti interrotti, affetti, oggetti a cui sono affezionata, i mie amatissimi gatti. Non sapevo ancora il nome del mostro che inopinatamente aveva occupato una parte di me, del mio corpo. Sapevo che c’era e ogni giorno io lo nutrivo, lo portavo in giro, lo custodivo mio malgrado. In quei giorni tutta la mia vita è scorso come una serie di caroline seppiate e in bianco e nero. Quelle a colori facevo fatica a ricordarle, i momenti felici, gli amici del cuore, la gioia di progetti realizzati. Mi venivano in mente solo scatole vuote dove non ero ancora riuscita a rinchiudere nulla di completo. Uno sgarbo, un amico lasciato per strada, il lavoro interrotto e tante speranze sospese. La delusione che avrebbe creato il mio non esserci. Non tanto il dolore, quanto il vuoto che avrei lasciato.Ancora non sapevo tutta le verità, quella è arrivata dopo, con la neve di febbraio e altre cure da fare.In quei giorni mi ero rifugiata nell’angolo del divano a sferruzzare improbabili sciarpe e inutili borse di lana, grandi ,piccole ancora incomplete per altro. Sorridevo e cercavo di non far trapelare la mia paura. Solo ora capisco lo sforzo che mi è costato contenere tutto e trasmettere alla mia famiglia quel tanto di apparente serenità che ci permettesse di andare avanti.

Ora sto bene. Il mostro è stato tolto, le cure sono state pesanti e dolorose, ma utili, almeno per adesso. Ogni volta che faccio un controllo ed è tutto a posto mi sento felice, viva, piena di voglia di fare progetti e di andare avanti, nonostante l’incertezza di questa situazione. Ogni giorno scopro un modo diverso di vivere, sorrido alle persone che non conosco, sono diventata gentile, sono uscita dal mio guscio di ostilità. Oggi un vecchietto mi ha fischiato dietro, fraintendendo i capelli candidi e il piumone dell’anno scorso che mi fa diventare una morbida palla. I capelli bianchi sono splendidi, candidi come la neve, aspettano solo un taglio sapiente per date forma a questa nuova io che sono ora. Ora ho il sole nel cuore e spero che rimanga.

Mi sono regala un mazzo di fiori

Per esorcizzare la morte. Il pensiero dei miei cari che non ci sono più è sempre presente, ma che potessi esserci anche io è molto recente. In questa epoca la morte è tabù o il  frame di film. Non se ne parla, si evita accuratamente e se uno viene a mancare si dice non c’è più. Per fino i molti film  di morte la trattano in modo umamizzato. Penso ai film sui vampiri o ai triller. Poche volte si vede il normale , che so  una cassa di zinco che esce da una stanza di ospedale o i parenti attorno al letto.  Mentre di funerali se ne incontrano anche troppi, a volte simili a spettacoli con il pass o a salotti buoni. Ecco io volevo esorcizzare il mio rischio di morire. Non ho paura, ma avrei il rammarico di ciò che non ho concluso e lasciato in sospeso. Ma fra i miei fiori non ci sono crisantemi, anzi, gerbere, iris e rose gialle. Eslosione di energia! Un ricordo a tutti coloro che non ci sono più, ma come dice una filosofia si spostano sulle nostre spalle e camminano con noi.