Rabbia

In questo periodo ho sperimentato la rabbia, quella che ti nasce da dentro, che scardina la certezza che sei una tipa calma. Oltre a una serie di vicende personali che sicuramente hanno inciso sul mio umore, c’è la lettura della realtà sociale e politica che contribuisce a farmi lanciare i fulmini. E questo si è capito da subito. Temo, e mi dovrò rassegnare, che tutto quello per cui abbiamo lottato da giovani vada perso, cancellato. Forse perché ricordo ancora la ristrettezza mentale che caratterizzava la vita tanti anni fa. Io non sono per niente nostalgica, mi piace ricordare, ma ricordare non pensare di rivivere in un ambiente in cui le donne erano svalutate, i famosi “angeli del fuocolare. ( variante meno utilizzata di focolare). I caminetti ci sono solo per pochi, la maggioranza delle donne vive in case senza. Durante le lotte ho combattuto contro la discriminazione, tuo sei femmina quindi…, ho lottato per la mia indipendenza economica facendo anche lavori in nero sottopagati. Ricordo l’emozione del primo stipendio del contratto a tempo indeterminato. Allora si discuteva di come spendere quei soldi, una volta sola, che poi servivano a casa. Oggi sento che c’è tanto lavoro precario, saltuario, sempre più maschile. Le donne vanno di moda solo sui cartelloni della pubblicità. Allora forse è bene ricominciare a lottare, a leggere la realtà vera. Il cambiamento non c’è e purtroppo non ci sarà se non in senso negativo. Per questo sono arrabbiata, per tutte le speranze deluse. Ma non c’è nessuno di più pericoloso delle donne deluse, si sappia.

Parole

Le elezioni sono terminate come pure i ballottaggi. Ne viene fuori un governo anche locale a destra. Domina la paura, reale o indotta dai media. E quando c’è paura si stringe quello che si ha, si conserva, si cerca di mantenere lo statu quo. Non si sperimenta, non si osa, non si cerca una strada diversa da prima. Qui

al momento non c’è cambiamento. Mancano le parole per raccontarlo sia sui piani per il lavoro che in quelli sociali. Tutti applaudono al nulla. Perché dopo due mesi e mezzo non è stata approvata alcuna legge che proponga questo famoso cambiamento. Poi si andrà in vacanza. Se ne riparla a settembre, nel mentre i barconi pieni di povera gente continuano a navigare nel Mediterraneo, i porti sono ancora chiusi ufficialmente, i disoccupati non trovano lavoro, anzi aumentano di numero, la gente diventa più povera ma non va a fare i lavori che fanno gli stranieri ecc. Il fatto più grave è che i giovani se ne vanno e restiamo noi abbracciati alla roba, alle idee del passato. Il cambiamento è lontanissimo, ma l’uomo in nero, fascista, è vicinissimo. Avessi venti anni me ne andrei anche io!

Ancora.

Dopo la retromarcia di Trump sui bambini degli immigrati che non dovranno più essere separati sembra che il mondo sia più pulito. A me sembra uguale a prima, con la cattiveria (?)al potere. Mi chiedo, anche rispetto al Governo italiano quale sia il progetto, il desiderio, il mondo futuro. Non lo vedo. Non lo percepisco se non come un dominio di pochissimi su miliardi di persone. Persone stremate dalla fatica di trovare lavoro, di mantenerlo, di accrescere il benessere. E di aiutare i giovani a migliorarsi. Invece percepisco la ricerca spasmodica del mantenimento dello status quo. Come nel passato. Che differenza c’è fra i nostri giovani che emigrano e i nostri nonni che sono andati in Argentina o in Brasile a lavorare? Perché questo Governo non affronta la produzione del lavoro ? Capisco il problema dei riders , ma credo che ci vorrebbe più lungimiranza progettuale per affrontare seriamente il problema del lavoro precario. Idee non ne ho, non sono un economista, mi viene da pensare che ci vorrebbe un accordo fra tutte le parti. Diplomazia. E non urla.

Cosa manca ai 5Stelle

Sono mesi che cerco una risposta a questa domanda : cosa manca nelle parole dei 5 Stelle per convincermi? Eppure sono ambientalista da sempre, contro i soprusi ( e chi non lo e’), sostengo i diritti civili, sono libertaria nel DNA. E anche questo movimento ha molte suggestioni per il mio modo di pensare. Quindi? In tutti i programmi, editti , contratti manca il confine fra bene e male. Una netta separazione fra il mio credo e gli altri. Una valutazione complessiva morale. Lo so che la morale non va più di moda, se non per il Papà, ma io ne ho bisogno. Io per scegliere da che parte stare ho bisogno di sapere che il gruppo cui appartengo condivide con me il confine. Se sono per il rispetto dei diritti di tutti, se non esiste distinzione di razza, religione, e tutto quelli che è contenuto nell’art. 3 della Costituzione. Invece solo oggi un penta stellato , Fico, ha parlato a favore di un valore morale, contro Salvini che invece usa la morale per scardinare il pensiero sociale. L’ambiguità che da sempre caratterizza il movimento liquido ora è evidentissima se confrontata con i dogmi chiari e netti dei razzisti. Quindi? Mi auguro che diventi sempre più chiaro che anche al giorno d’oggi è necessario schierarsi e sapere da che parte stare. Perché poi trovi chi lo sa benissimo e ti stritola, perché non sai come muoverti. Ora certamente non cambierò idea, c’è ancora molto da lavorare prima di capire che la dignità umana, anche politica, ha un prezzo.

FICO o mercato ortofrutticolo

La strada è deserta, nessuno sulle otto, dieci corsie che portano al FICO, il mercato delle eccellenze alimentari italiane. Mai percorso quel tratto di strada, mai addentrata fino alle costruzioni che non si vedono dalla rotonda. Percorro l’asfalto sotto il sole a piombo. Fa caldo. Dietro di me una berlina nera che associo a qualche uomo d’affari, lenta, tranquilla. Dopo la curva c’è l’entrata che è uguale ma molto più grande di quelle dell’autostrada. Le sbarre sono abbassate e noto solo un semaforo verde. Di colpo non ho più il desiderio di esplorare il mercato. Mi sento fuori posto, sola con l’auto nera che occupa il lunotto posteriore. Rallento prima di chiudermi dentro il casello e con manovra inaspettata cambio il senso di marcia, sollevata. L’auto nera mi segue. Forse pensa che sia chiuso o forse lo sa. Con me non ha niente a che fare comunque. Mentre percorro la strada di ritorno noto sulla mia destra un baracchino arancione con le serrande abbassate. Panineria sotto il sole ma anche bibite e acqua. Chissà se, dopo la visita a FICO , esposizione di gastronomie italiane Dop, Igc eccc eccc i visitatori si fermano a mangiare un classico delle gite fuori porta: il panino con la mortadella, senza pistacchi però.

Perché in fondo sempre rustici siamo! Il FICO lo visiterò un’altra volta, e mi perdo nel Meraville.

Restyling

Mi piace l’arancione, quest’anno è il mio colore. Anche qui, fra queste parole varie e immagini del quotidiano. Io amo molto i colori forti , il rosso, il giallo, l’arancione, il blu elettrico e i fiori. Un flash forse non adatto a una persona datata come me, ma non resisto. Non ho mai avuto preferenze particolari per dive, mode e fashion. Mi sono sempre fatta guidare per mano da una parrucchiera ormai storica e in pensione, abiti dei negozi e accessori disponibili. E non amo le firme. Mai amate, troppo restrittive, costrittive nelle forme.  Ora invece seguo una fashion moda Iris Apfel, di 93 anni che ha dei gioielli favolosi e un’aria stupenda. E’ finita l’epoca dei ricciolini azzurrati tipo permanente e dei tailleur dai colori smorti. Ma capelli candidi, tagli decisi, colori allegri e disinvolti.  E abiti particolari, da ricordare. I fiori, tessuti fiorati, tipo tappezzeria, invece non sono adatti, pare. A me non importa nulla. Perché ho un gusto mio personale da seguire e Pinterest da spiare in cerca di idee e proposte. L’arancione non appare in nessuna di queste opzioni; colore troppo forte, troppo spinto. In effetti si lascia vedere.

Arancione anche qui sull’immagine del blog, e la fotografia “rubata” a uno sconosciuto, grazie sconosciuto, di una pianta grassa che è splendida. Non ne ho mai trovato un esemplare da coltivare. Pazienza.

Mi chiamo Hope

Un giorno d’estate, al seguito di Rolf, il mio cane pastore tedesco e di Arturo volevo salire in cima all’ isola rocciosa che si vedeva dal bosco. Il cane ci anticipava di qualche passo, annusando il percorso alla ricerca di chissà quali animali. Lì attorno poteva incontrare dei pesci, forse una gallinella di mare o un cavaliere d’Italia che infilava il lungo becco alla ricerca di qualche prelibatezza nascosta nel fondo del mare, ma gli orsi e i lupi li avevamo superati da ore. Io assaporavo il sole e mi sentivo felice accanto ad Arturo. Lui camminava in testa fischiettando poi rallentando mi aveva ceduto il passo.

Ho percorso il sentiero di sabbia rischiando di infilare le scarpe nell’acqua che lambiscono il sottile sentiero di terra compatta, fino alla roccia alta e massiccia che spunta dall’acqua. Poso il piede sul primo gradino della lunga scala che si perde oltre la roccia. Scivolo sul fondo coperto di alghe, mi aggrappo alle sue braccia terrorizzata. Lui inizia a ridere di gusto, con mia grande sorpresa. Fisso sbalordita gli occhi stretti come piccole fessure e il viso trasformato in una maschera greca. Lo amo per la sua sicurezza, vorrei trascorrere tutta la mia vita accanto a lui per sentirlo ridere o raccontare una delle sue buffe storie .
Mi ha sospinto su per i gradini tenendomi una mano sulla schiena. Salgo la scala viscida senza timore, sicura che lui mi sosterrà in ogni momento, fino all’ultimo dei gradini, che si sviluppavano attorno a quel costone di roccia. Sul pianoro scopro un paesaggio stupefacente. C’è una casa minuscola, con il giardino e il frutteto, l’ orto , alcuni animali che razzolano nel cortile. Mi siedo al riparo di una melo sulla panchina arrugginita, per riposare dalla lunga salita. Assaporo il panorama, acqua e cielo dello stesso colore attorno all’isola, annuso l’odore di salsedine che colpicre le narici, raccogliendo tutte le emozioni in un unico ricordo da condividere con Arturo. L’ho chiamato, ma non ho ottenuto risposta. Neanche Rolf mi ha risposto. Allora sono andata velocemente all’inizio della scalinata e non ho visto nessuno. Scomparsi. Ho chiamato, urlato, sussurrato, mentre le lacrime mi sono scese sul viso. Che cosa posso fare? Non troverei mai la strada del ritorno. Non ho memorizzato nessun punto di riferimento, d’altra parte avevamo attraversato un bosco di querce e lecci, fitto e impenetrabile. Attorno all’isola solo acqua e cielo, cielo e acqua.
Sono tornata sulla panchina, mi sono ricordata del cellulare che avevo nello zaino. Ho chiamato ma nessuno mi ha risposto. Sconvolta ho controllato di avere il necessario per qualche giorno e dentro la casa mi sono raggomitolata sotto una morbida coperta di lana e ho pianto a lungo.
Il cellulare si è scaricato il giorno dopo. Sola, senza contatti, senza conoscere la strada che potevo fare? Sono rimasta. All’inizio ho dovuto imparare ad accendere il fuoco con i bastoncini, far cresce le piante e seminare nel tempo giusto, poi raccogliere i frutti del mio lavoro. Nell’arco di un paio di anni ho imparato a vivere in autonomia, le galline sono cresciute di numero, con le mele e le albicocche ho cucinato dei dolci dopo aver scoperto che nella casa c’era una cantina piena di scatolame per alcuni anni. Per le emergenze avevo lo zaino magico.
Da piccola amavo costruirmi aquiloni colorati con code lunghissime, speravo anche di inventare una macchina volante. Un giorno mio padre mi ha regalato uno zaino e mi da detto che nella vita mi sarebbe servito. L’ho aperto alla ricerca di chissà quale tesoro e in effetti ho trovato un coltellino svizzero, con 39 funzioni, una corda indistruttibile, un paio di guanti di pelle e un set con cacciavite, chiave inglese e chiodi. Un regalo strano per una ragazzina di dodici anni. Ma per me è stato un tesoro inestimabile e non me ne sono mai più separata.
Nel tempo sono diventata bravissima, una specie di Robison Crosué.
Anni dopo la casa era scossa da un vento molto forte, e io, come altre mille volte, stavo decidendo di affrontare il rischio del ritorno, di perdermi nel bosco e forse morire, perché ero molto stanca della solitudine. Il panorama era sempre quello e anche le stagioni si susseguivano senza cambiamenti. Io d’altra parte avevo scorto con orrore una ciocca bianca fra i mie capelli. Quella sera un uccello colorato come arlecchino è sceso sulla casa, si è accomodato sul terreno e sbatteva l’ala destra. Era rotta. Allora ho aspettato qualche mese che l’uccello si sistemasse. Piano piano si è ripreso, e ha cominciato a svolazzarmi attorno .insieme ad un altro. Ha costruito il nido e deposto un paio di uova. Così ho deciso di restare fino alla nascita dei piccoli. Sono nati due pulcini, che da grandi hanno formato un piccolo stormo colorato.
Sono rimasta ancora qualche anno. Un giorno mi sono guardata le mani ed ho scoperto che la pelle del dorso era cosparsa di piccole macchie nocciola. Il tempo passava velocemente. io ero indaffarata con tutti gli animali, l’orto, la frutta e se non mi sbrigavo non sarei mai tornata. Un giorno dalla panchina, dove mi riposavo sempre più spesso, ho sentito un fischio provenire dalla scalinata. Mi sembrava impossibile che qualcuno fosse riuscito a superare la distesa d’acqua profonda che ormai separava la mia roccia dalla terraferma. Una persona finalmente! Ho fissato l’uomo, il viso scavato dal sole, le mani magre con le dita sottili, gli occhi azzurri e i capelli bianchi. Quando ha visto il mio stormo di uccelli volteggiare sulla casa e posarsi sul tetto come una coperta variopinta ha cominciato a ridere. Il riso argentino, di gola che non avevo mai dimenticato. Ci siamo fissati, poi io l’ho abbracciato stretto stretto.
– Hope, sono qui.-
– Finalmente! Ti stavo aspettando.- sono arrossita.
– Scusa, ho tardato a raggiungerti, mi ero perso nel bosco dietro a Rolfe che aveva inseguito la volpe. – Non mi è sembrata una scusa credibile, poi mi sono guardata attorno.
– Non importa, come vedi ti ho aspettato.-
Ho accarezzato il viso rugoso e color cuoio, piena di gioia e di rimpianto. lui ha afferrato la mia mano, ha baciato il palmo e dopo la bocca con passione. Mi sentivo ancora vent’anni, ero felice di non essere andata via dall’isola. A volte la pazienza viene premiata, ho pensato entrando in casa con lui.
Adesso siamo qui al sole, sopra la nostra roccia, nella casa restaurata. I giorni si susseguono lenti, ma troppo veloci. Non curo più l’orto e le galline, non ho più le forze. Ogni tanto viene un uomo che ci porta il cibo, i vestiti, e la frutta.