Categoria: emozioni

Rosa nei capelli

Il parrucchiere mi ha sorriso, mi ha accolto nel suo salone quasi entusiasta. Si è sbracciato per farmi accomodare sulla poltroncina illuminata dalla luce esterna.”Cosa facciamo oggi? E’ tanto che non ci vediamo.”

“Da luglio, le avevo detto che ci saremmo visti in autunno!” Muove i capelli bianchi e li studia con fare distaccato.” Tagliarli direi di no , o pensava a qualche cosa di diverso?” Mi scruta, mi conosce abbastanza per sapere che io con i colori e i tagli dei capelli ci gioco, da sempre direi.

” Vede qui” sollevo una ciocca” ecco vorrei rifare questo”

Lui si sofferma ancora e aggiunge: ” Ma permanenti o quello che durano tre giorni, una settimana? Da lei sono durati molto, il suo capello assorbe molto il colore, e’ la prima volta che mi capita in tanti anni di lavoro , e ne ho visti. Questi sono sottili, fragili.”

“Ecco, io ho pensato di farli con le mèche color fenicottero, come a luglio, ma più leggero.” Lui mi guarda molto sorpreso e dondola sulle gambe, poi si allontana e torna con un mazzo di ciocche colorate.” Ecco questi sono i colori delle extension. ” li accarezzo un attimo, guardo il fucsia, il viola e il rosa leggero, li voglio più delicati di luglio ma visibili. Voglio le mèche rosa che spiccano sul candore della chioma. Ho riflettuto su questa scelta per un mese almeno. E’ l’alternativa alla tinta, e io adoro le alternative. Dopo un’ora sono pronta per uscire pettinata, i capelli del colore di una rosa canina alternato al bianco .

” Sa lei mi piace perché e’ piena di vitalita’. Nessuna delle donne che vedo qui i dalla vetrina hanno questi capelli. ” Gli faccio un gran sorriso, mi piace quando mi fanno dei complimenti.” “In città se ne vedono di più, anzi avevo pensato di andare da Orea Malia’ per il colore. Poi ho pensato che rosa o nocciola per lei è uguale! Buona giornata! Ci vediamo verso Natale.” E sono uscita felice.

Manco a farlo a posta, ho incontrato una ex collega, di quelle che sanno tutto di tutti e mentre ci scambiavamo i soliti salamelecchi mi sono chiesta : ” Chissà se le piacciono le mèche rosa. ” Non lo saprò mai.

La provincia.3 Le Case

Dopo la curva, alla seconda rotonda del paese lungo ci sono tre caseggiati con un grande cortile davanti. Uno in fila all’altro sembrano guardare il palazzo comunale. Come diversi luoghi del paese lungo hanno un nome che non compare su google map. Io le chiamo le case del Papa, altri le case del Vaticano, da nn confondere con le case Lambertini che sono dall’altra parte del paese lungo. Fino a una decina di anni fa erano case di frontiera, dove alloggiavano gli scarsi immigrati dal sud. Poi si sono tutti arricchiti, hanno comperato gli appartamenti e tolto la massa di vite americana che ostruiva la vista della rotonda. Anche la rotonda è stata al centro di polemiche, perché in paese e’ sempre polemica. L’hanno dedicata ai donatori di sangue. Per giorni si sono viste persone fare gli scongiuri o sghignazzare alla vista dei cespugli di erbe ornamentali che lasciate seccare costruivano una barriera insopportabile da vedere. E a dire di stare attenti che li c’era solo il nome dei donatori. Poi ci hanno fatto l’abitudine. Nel paese lungo la piazza intesa come palazzi costruiti attorno a un grande spazio non esiste. E si cercano spazi da dedicare alle feste. Tolti i grandi cedri del Libano così non ci sarà più la necessità di fare l’albero di Natale vero. Ci sono altri spazi ma sempre lunghi dal Municipio al fiume. Fiume, non esageriamo. E’ un torrente che scorre sottile sottile fra massi, pescatori e anatre. Poi quando piove in montagna diventa una massa d’acqua che spaventa. E allora si passa di lì e si osserva il palo della portata e come sempre si commenta se era più o meno dello scorso anno e se si allaga la bassa Benfenati. Ormai i cavalli e la casa colonica non ci sono più, tolti dalla furia edilizia che negli ultimi anni ha trasformato alcuni panorami. Anni fa il torrente si riempiva di acqua e sfogava Gella bassa Benfenati che portava traccia dei livelli sul muro della stalla. A volte gli operai del comune usavano la barca, un barchino piccolo piccolo e piatto che spingevano fino alla casa per portare all’asciutto Benfenati, che testardamente non se ne voleva andare. Era il primo pensiero durante le lunghe piogge, come a ricordare che in quel luogo restava traccia dell’inverno. Adesso hanno sostituito le case con un verde prato su cui affacciano costosissimi appartamenti in palazzi di mattoni rossi.

La provincia. 1 Il paese.

Nel film “parenti serpenti” una madre dice alla figlia di smettere di mangiare che ha già un culo che fa Provincia. Come se solo in provincia ci fossero le persone grasse e trascurate. Invece le ragazze qui sono molto attente alle diete, al trucco, ai vestiti per non sentirsi in imbarazzo nei confronti delle altre e pure i compagni ci tengon all’aspetto. La provincia inizia con campi coltivati ai lati di una strada non troppo ampia. La strada, che porta al mare ha alcune curve e incroci trafficatissimi che nel tempo sono state riempite di rotonde. Sembrano padelle della sagra di SanGiovanni. Enormi e impossibili da tenere sotto controllo. Le case, una volta solo trattorie di ristoro per villeggianti sulle carrozze o mercanti, le trovi ai due lati della strada in una serie ininterrotta. Lo hanno chiamato il paese lungo. Trovi la chiesa “vecchia” all’inizio, la casa comunale a meta’, la farmacia qua e là dal ponte, negozi e bar verso la fine. Se hai bisogno di qualsiasi cosa, tipo pregare o farti un certificato o comperare il pane preparati che c’è da camminare. Naturalmente attorno , specialmente dalla parte della campagna sono state costruite altre case, insediate altre attività’ . Ma le principali sono lungo la strada che unisce due caselli ferroviari. Il treno a una sola rotaia circonda il centro abitato in un abbraccio costante ritmico, tanto da dare l’ora agli abitanti delle case che ci si affacciano. L’ultimo passa alle 22, 45 , solo ritorno alla stazione centrale della città ma non si ferma. Un paese isolato di notte, se ti vuoi muovere hai bisogno dell’auto alla faccia della mobilità sostenibile.

Ma alla fine abbiamo tutto : bar di diverso tipi, per signore, per sportivi, per gli “umarels”, fornaio bravissimo, pizzerie a iosa dal vero napoletano a quello che ti porta la pizza a casa, pasticceria buona e pure cioccolateria. Per mangiare non c’è problema di giorno, di sera poco. E sulla strada principale si affacciano attività gestite da stranieri: due bar, una sartoria, un negozio di frutta e verdura, più fuori due enormi magazzini, una pizzeria, una parrucchiera, una estetista. Ma se giri non vedi alcun straniero. Sono tutti occupati. Quindi non ci sono problemi di convivenza, anche perché la gente che viene da fuori e’ tanta.

Flash: ore 10,25 del 2 agosto 1980.

Oggi sono contenta, ho preparato i bagagli per il campeggio, nuova meta e andrò in Umbria.Prima devo tagliarmi i capelli; è una tradizione, ogni anno prima di partire mi faccio fare una pettinatura corta e comoda. La strada è assolata, fitta  insolitamente di auto; è strano che il 2 agosto anche in città ci sia tanto traffico, ma è sabato, il sabato prima delle ferie.

Avanzo lentamente in via Massarenti, di fronte all’Ospedale Sant’Orsola in direzione i viali di circonvallazione, all’improvviso sono scossa da un botto  fortissimo che rimbomba  dentro l’abitacolo.  Poco a poco una colonna di  fumo nero si alza, a destra, là in fondo. Che cosa sarà successo? Sono molto spaventata, il cuore inizia a battermi forte. Sarà stata l’esplosione di una casa, una bombola? Nell’aria risuonano le sirene dei vigili, delle autombulanze, come grida disperate, continue.

Mi viene la pelle d’oca. Il traffico è paralizzato, non gira più nessuno, nemmeno sui viali, là oltre la macchina.

No, non è normale tutto questo, poi arriva un taxi a tutta velocità che svolta dal viale strombazzando in modo continuo. Le macchine, in fila al semaforo, si spostano per lasciarlo passare, si pigiano alla destra di via Massarenti. Pochi secondi e arriva un autobus, il 37, che strombazza, come volesse dire fatemi passare, ho fretta, ho fretta. I finestrini sono coperti da lenzuola bianche, forse è sporco di qualcosa,  da qui non si vede bene, un’ auto sulla mia sinistra copre la visuale. Il bus accelera quando è in via Massarenti seguito da un taxi, poi da una macchina della polizia, poi un altro bus. No non è normale tutto questo, non lo è. Tutti i claxon fanno un clamore infernale, ma appena passa il bus tacciono. Abbiamo capito è successa una cosa tremenda, ma ancora non sappiamo niente. Non esiste il cellulare  o il tablet a cui chiedere notizie, dobbiamo aspettare di incontrare una persona che ci informi. La radio, ignara, trasmette canzonette e pubblicità.

Di colpo il semaforo ritorna verde e tutte le auto si infilano obbligatoriamente a sinistra, dall’altra non si può andare, il traffico è fermo. Il vigile a braccia aperte in mezzo alla corsia dei viali, fischia perentorio e nervoso, lasciando spazio ai mezzi che a intervalli regolari si dirigono al Pronto Soccorso. Sono sempre più spaventata. No, il 2 agosto non può essere che si scatena una disgrazia così, siamo tutti in vacanza.

Decido di andare  dalla parrucchiera, certa che troverò delle informazioni; dei capelli non me ne importa più niente.

Le donne parlano in modo concitato: è stato un boiler, ho chiamato la mia amica che lavora al bar di fronte alla stazione. Io la mia amica della Camst, il ristorante della Stazione, non riesco a contattarla, il telefono non suona neanche. No, ma sicuro, han detto che ci sono una sacco di feriti. Ma un boiler non può fare tanti feriti! E’ caduta la parete che separa il ristorante dalla sala d’attesa, no è caduto il soffitto, ma no ma dai è stato un boiler, ma no è scoppiata una bombola di gas della cucina del ristorante, ma credi che farebbe tanto danno?

Silenzio, poi squilla il telefono, è l’amica della parrucchiera che ha il negozio di computer di fronte alla stazione. Rimbombano le parole nel negozio ammutolito e sui visi sempre più perplessi delle donne.

 

Il ristorante della Camst non c’è più, c’è un buco dove c’era l’ala sinistra della stazione.

La polvere e i calcinacci si sono depositati e la vista è terribile: pietre e morti dappertutto, la stazione era piena di passeggeri.

E’ saltato in aria anche il treno del primo binario. Ci sono tanti morti, i soccorritori non sanno come fare. Hanno caricato la prima parte dei feriti su un autobus con i finestrini coperti da lenzuola bianche, poi taxi, ambulanze, auto dei privati, in un corteo continuo e straziante.

Non è stato un boiler, è stata una bomba.

Maledetti. Mi viene da piangere e penso alle stragi della Banca di Piazza Fontana, del treno di San Benedetto del Tronto. Ancora una volta hanno colpito gli indifesi. Bastardi.

Pensare a quel giorno mi fa lo stesso effetto di angoscia e paura, perché ancora non conosco il nome di chi ha ordinato la Strage del 2 agosto 1980, 82 morti straziate, dilaniate  e più di 200 feriti in un giorno di sole. La Strage che ha cambiato la storia.

Rabbia

In questo periodo ho sperimentato la rabbia, quella che ti nasce da dentro, che scardina la certezza che sei una tipa calma. Oltre a una serie di vicende personali che sicuramente hanno inciso sul mio umore, c’è la lettura della realtà sociale e politica che contribuisce a farmi lanciare i fulmini. E questo si è capito da subito. Temo, e mi dovrò rassegnare, che tutto quello per cui abbiamo lottato da giovani vada perso, cancellato. Forse perché ricordo ancora la ristrettezza mentale che caratterizzava la vita tanti anni fa. Io non sono per niente nostalgica, mi piace ricordare, ma ricordare non pensare di rivivere in un ambiente in cui le donne erano svalutate, i famosi “angeli del fuocolare. ( variante meno utilizzata di focolare). I caminetti ci sono solo per pochi, la maggioranza delle donne vive in case senza. Durante le lotte ho combattuto contro la discriminazione, tuo sei femmina quindi…, ho lottato per la mia indipendenza economica facendo anche lavori in nero sottopagati. Ricordo l’emozione del primo stipendio del contratto a tempo indeterminato. Allora si discuteva di come spendere quei soldi, una volta sola, che poi servivano a casa. Oggi sento che c’è tanto lavoro precario, saltuario, sempre più maschile. Le donne vanno di moda solo sui cartelloni della pubblicità. Allora forse è bene ricominciare a lottare, a leggere la realtà vera. Il cambiamento non c’è e purtroppo non ci sarà se non in senso negativo. Per questo sono arrabbiata, per tutte le speranze deluse. Ma non c’è nessuno di più pericoloso delle donne deluse, si sappia.

Parole

Le elezioni sono terminate come pure i ballottaggi. Ne viene fuori un governo anche locale a destra. Domina la paura, reale o indotta dai media. E quando c’è paura si stringe quello che si ha, si conserva, si cerca di mantenere lo statu quo. Non si sperimenta, non si osa, non si cerca una strada diversa da prima. Qui

al momento non c’è cambiamento. Mancano le parole per raccontarlo sia sui piani per il lavoro che in quelli sociali. Tutti applaudono al nulla. Perché dopo due mesi e mezzo non è stata approvata alcuna legge che proponga questo famoso cambiamento. Poi si andrà in vacanza. Se ne riparla a settembre, nel mentre i barconi pieni di povera gente continuano a navigare nel Mediterraneo, i porti sono ancora chiusi ufficialmente, i disoccupati non trovano lavoro, anzi aumentano di numero, la gente diventa più povera ma non va a fare i lavori che fanno gli stranieri ecc. Il fatto più grave è che i giovani se ne vanno e restiamo noi abbracciati alla roba, alle idee del passato. Il cambiamento è lontanissimo, ma l’uomo in nero, fascista, è vicinissimo. Avessi venti anni me ne andrei anche io!

Ancora.

Dopo la retromarcia di Trump sui bambini degli immigrati che non dovranno più essere separati sembra che il mondo sia più pulito. A me sembra uguale a prima, con la cattiveria (?)al potere. Mi chiedo, anche rispetto al Governo italiano quale sia il progetto, il desiderio, il mondo futuro. Non lo vedo. Non lo percepisco se non come un dominio di pochissimi su miliardi di persone. Persone stremate dalla fatica di trovare lavoro, di mantenerlo, di accrescere il benessere. E di aiutare i giovani a migliorarsi. Invece percepisco la ricerca spasmodica del mantenimento dello status quo. Come nel passato. Che differenza c’è fra i nostri giovani che emigrano e i nostri nonni che sono andati in Argentina o in Brasile a lavorare? Perché questo Governo non affronta la produzione del lavoro ? Capisco il problema dei riders , ma credo che ci vorrebbe più lungimiranza progettuale per affrontare seriamente il problema del lavoro precario. Idee non ne ho, non sono un economista, mi viene da pensare che ci vorrebbe un accordo fra tutte le parti. Diplomazia. E non urla.