Pablo Fuentes da Toledo – 2 parte

L ‘uomo possedeva la canadese comperata a Vienna insieme alla maglietta con la scritta fluorescente blu. Il sacco a pelo era di misura, così non agitava le braccia durante i suoi sonni movimentati e inquieti.

Possedeva anche le magliette di Parigi, di Amsterdam, di Berlino e di Praga, pulite e piegate con cura nel borsone. Acquisti per turisti. Il necessario per la cura della persona, mai dimenticata, una bottiglia di acqua di colonia, e un libro sdrucito in italiano e scarabocchiato in spagnolo con note a  margine :chiedere a Gildo. L’aveva raccolto fra i rifiuti, in una notte insonne, camminando nel suo mondo, il parco.

Pablo quella sera indossò la maglietta rossa, di Parigi. Una città, una destinazione si era detto mettendo i pesos in mano alla raffinata commessa francese. La maglietta presa a Praga era gialla da usare per la posta e per ritirare la pensione. Quella di Berlino, verde con un bel disegno sul petto, per il dottore, mai usata, per fortuna, quella di Parigi per la pizza e una pinta di birra. Un rito il suo, come tenere in ordine la sua tenda.

Si recò alla pizzeria “ I tre mari” di don Gaetano un omone grande e grosso, con il viso rubizzo e gli occhi piccoli. Aveva solcato molti mari, più con la fantasia che nella realtà e parlava solo di barche, viaggi e donne.

Si era sistemato nella grande pianura delimitata da colline, con la foschia afosa dell’estate o le nebbie autunnali. Don Gaetano salutò distrattamente lo straniero. Ogni volta Pablo aveva trovato posto nel suo tavolo preferito, d’estate la pizzeria era  quasi deserta, tranne un paio di habituè, più amici di don Gaetano che veri clienti. In attesa della cena il pensiero di Pablo corse a quel poco che lo interessava: la tenda, i soldi della pensione in arrivo e il libro che stava leggendo. Uscì dalla pizzeria un po’ traballante sulle gambe, per la doppia birra, Col fiatone si sedette sulla panchina dove spesso aveva giocato a carte con gli amici di Gildo e attese. Non veniva nessuno e il cielo era già buio, l’umidità stava calando sulle sue spalle un po’ curve.

– Già, non è più estate- pensò con rammarico.

Si avviò verso la tenda, oltre il viale, ad ovest. Non riuscendo a trovarla cercò strabuzzando gli occhi, sicuro che fosse da quella parte, ma non c’era: scomparso il borsone, e i pochi effetti personali. Solo il libro, sgualcito, era abbandonato su un cespuglio.

Pablo si sedette per terra, muto, osservando il grande spiazzo senza erba che recava l’orma della tenda.

Era la solita reazione davanti alle catastrofi della sua vita.

Restava senza parole e senza pensieri, sospeso in un limbo dove anche i sentimenti erano cancellati.

Più tardi gli scoppiava la rabbia e la sfogava sbraitando e ruggendo, cercando di sopraffare la disperazione con urla e ragionamenti illogici. Infine, esausto si accasciava, incapace di dare risposte alla sua frustrazione. Era sempre stato così fin da piccolo, quando giocava sulla riva del fiume e i suoi fratelli gli facevano terribili scherzi.

Chiuse gli occhi, che tanto non c’era nulla da guardare, fra il vuoto che aveva davanti e la notte che scendeva. Che cosa stava accadendo?

Il giorno prima aveva ricordato, un abbaglio di sole, per un attimo, nell’ufficio postale con i documenti in mano, colto da un brivido lungo la schiena. Era in un paese lontano, un punto sconosciuto sulla carta geografica, una tappa del suo peregrinare per l’Europa, prima di Roma, prima del mare, dopo la partenza da Toledo. A volte si chiedeva che sarebbe stato domani. Ci avrebbe pensato domani. E il domani era arrivato.

Pablo rimase immobile, solo e disperato nel parco buio diventato inospitale. Lontano il cane abbaiò. Il cane. Ecco cosa avrebbe dovuto possedere, un cane! Un cane aggressivo che lo difendesse dai ladri e dai disgraziati che gli avevano portato via tutto. Forse non tutto, forse qualcosa si era perso nell’erba, forse domani con il sole lo avrebbe trovato. Un cane mastodontico e affamato, un cane grande e cattivo che ringhiasse contro tutti e fosse affettuoso con lui.

Un cane…ma a lui cani non erano mai piaciuti. Aveva paura e loro lo sentivano. Come Poldo, quel buffo cane che faceva la sua passeggiatina all’alba. Appena lo scorgeva o si avvicinava perdeva la sua aria paciosa e mostrava i denti ringhiando sottovoce. Poi volgeva lo sguardo altrove e continuava la sua passeggiata trotterellando sulle corte zampette da bassethouns, mentre la padrona lo incitava con parole cattive, augurando al pover’uomo di scomparire dalla faccia della terra.La sua padrona parlava in dialetto e lui, non comprendendo, la salutava gentile.

Non aveva mai pensato di prenderne uno, per nulla spaventato dal rischio d’aggressioni e violenze che potevano colpirlo in quella nuova vita, in cui si muoveva come un clandestino. Persino il cane della prima notte, se ne era andato a cercare ospitalità dall’altra parte del Parco, nel condominio dove abitava Marisa e c’erano i negozi.

Ma la sua roba? Al pensiero di non possedere nulla se non quello che indossava e aveva nelle tasche, oltre al libro, si sentì squassato da una vertigine profonda legata ad un senso di vuoto, di nulla.

E allora attraversò il viale del parco urlando. Correva a perdifiato qua e là, lasciando uscire tutti quegli improperi e quelle invettive che per mesi si era tenuto dentro contro i disgraziati che rovinano la vita agli altri.

E perché? Perché la sua vita era sempre in balia di persone malvagie?

E lì si erano dimenticati di tutti i lavoretti che aveva fatto per mantenere il parco in uno stato decente? E i rami secchi accatastati? E le siringhe raccolte all’alba per proteggere i bambini? E loro non avevano bambini o figli? Si fermò col fiatone vicino al chiosco dei gelati chiusa e deserta. Rivide Orazio, il proprietario, fermo a gambe aperte e a braccia incrociate, con un ghigno che non prometteva nulla di buono. Risentì l’aria squarciata dalle urla del gestore della gelateria quando lo mandava via in malo modo Non sopportava quel vagabondo che parlava una lingua incomprensibile. Di certo era il ladro che portava via il latte di mattina, aveva detto ai vigili. Ma loro confermavano non se non lo trovavano con le mani nel sacco non potevano intervenire. E le sue mani erano sempre impiegate a tenere  pulito il Parco!

Ma prima o poi… Gildo lo aveva messo sull’avviso:Orazio e Marisa non vedevano l’ora di vederlo in galera. Chi non aveva notato la pulizia che ora c’era attorno al chiosco dei gelati, da quando Pablo abitava il Parco?

E quella mattina fu proprio Orazio, arrivato all’alba, che chiamò i vigili anticipando di un poco Marisa. Passeggiava con Poldo osservando sorpresa il pezzetto di parco deserto, fino a ieri occupato dalla tenda di quello straniero bastardo e infedele. Appoggiato a un albero lo straniero addormentato. Poldo lo annusò e ringhiò di nuovo.

Pablo aveva dormito un sonno inquieto, chi aveva potuto fargli un torto simile? Forse i giovinastri che di notte si mettevano sdraiati sulle panchine che ridevano e a volte fumavano qualche canna e lui lo sentiva da quell’odore dolciastro che si spargeva nel Parco. Non aveva mai detto niente, neanche a Gildo perché in fondo erano giovani e non facevano nulla di male: ridevano e si davano delle gran pacche sulle spalle. Verso l’alba sparivano su quei motorini malmessi e con la marmitta scassata. Non gli avevano mai dato fastidio, se non per quelle bottiglie di vetro marrone che lasciavano sempre in giro e che se si rompevano potevano far male ai bambini di giorno. Se solo avessero tenuto pulito il parco! Nessuno sapeva della pensione e dei soldi che aveva ritirato. Per fortuna i documenti li aveva con sé, nella tasca dei logori jeans: carta d’identità, passaporto, carta di credito ormai inutile e i fogli per ritirare la pensione. Tutti al sicuro. Un brivido di freddo gli aveva ricordato l’umidità della notte, quindi si era avvicinato ai palazzoni di fronte per trovare riparo, ma dopo averci ripensato tornò a sdraiarsi sotto il cespuglio di prugnolo, di fianco alla piazzola dove c’erano ancora i lacci della tenda tagliati.

Il primo sole dell’alba gli scaldò le braccia e il viso svegliandolo.Era ancora intorpidito dal sonno agitato e breve. Aprì gli occhi di scatto come per interrompere una bugia, ma lo spazio vuoto davanti a lui era reale.  C’era solo Poldo e la sua improbabile padrona, che se ne andò subito sogghignando.

Si alzò e iniziò a cercare fra l’erba un oggetto strappato, rotto ma scampato alla razzia. Nulla, i ladri avevano ripulito per bene ogni anfratto.

Sconsolato si sedette ai piedi dell’albero che gli aveva fatto ombra da un paio di mesi chiedendosi che fare. Aveva fame e quasi si vergognava di quel crampo allo stomaco, così sconveniente.

Aspettò Gildo raccontandogli l’accaduto in quella lingua strana, incomprensibile ma musicale. Gildo stette poco a compiangere l’amico e fece per chiamare i vigili. Orazio aveva già avvisato le autorità, sperando in un allontanamento obbligato per il barbone elegante e pulito. In un tempo ragionevole con i problemi di traffico della vicina superstrada e delle scuole adiacenti, si presentarono trattando il barbone come un qualsiasi cittadino straniero. Fecero un elenco degli effetti rubati, constatarono che i documenti erano in regola e se n’andarono sorridendo.

Nessuno aveva visto nulla e se aveva visto taceva, perciò Pablo rimase solo, senza un luogo per ripararsi e senza tutte le magliette che aveva comperato nel suo tour nelle capitali.

Gildo lo afferrò per un braccio e lo condusse a casa sua, dopo aver convinto la riottosa moglie a cucinargli un pasto caldo e a cercargli degli abiti fra quelli che dovevano andare al parroco. Lei lo chiamava lo straniero dalla prima volta che Gildo glielo aveva presentato perché non aveva capito una parola di quello che le aveva detto. Lo sconosciutosi esprimeva in uno spagnolo pieno di parole incomprensibili e a volte rallentava il discorso, quasi inseguisse un dialogo interno, e questo non lo aiutava a farsi comprendere. La donna non era  contenta del supporto che suo marito aveva con lo sbandato, ma abituata a lasciar fare, non lo aveva mai intralciato, riconoscendone la generosità, ma anche una notevole dose di acume nel riconoscere i malvagi.

 

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5 thoughts on “Pablo Fuentes da Toledo – 2 parte

  1. Il parco, dove la tensione rumorosa della città si concede un po’ di tregua, lascia affiorare un altro genere di tensioni, quelle umane, nel perenne conflitto fra splendori e miserie morali dell’umanità (e dei cani che le fanno compagnia).
    E’ il teatro del dramma essenziale ed esistenziale del protagonista, nella cui povertà è facile ritrovare i tratti essenziali della nostra, di esistenza, quotidianamente esposta ad eventi e al contatto con altre vite, che a volte rubano e a volte donano.

    Un salutone.

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