Il Curatore di Anime ( racconto)

Il Curatore di Anime

Anthalos abitava in cima al monte Amiata. Era freddo, il vento tagliava la pelle e lui faceva fatica a camminare nel manto di neve alto e compatto. Nonostante questo Anthalos si trovava bene, riusciva a leggere i suoi libri e durante le notti terse studiava le stelle. Le voci degli uomini risuonavano nella valle e risalivano fino a lui, che le ascoltava. In questo modo conosceva tante storie e si sentiva più vicino agli uomini. Il suo tempo era molto prezioso, era sempre concentrato a cercare le risposte sul destino degli uomini, di notte nel cielo e di giorno nel volo degli uccelli.

Una mattina tornò al paese ed entrò nel negozio della simpatica Ellen per acquistare, come ogni settimana, il pane toscano e i biscotti salati, quelli con i semi di finocchio. Li avrebbe mangiati a piccoli bocconi osservando le stelle.

Ellen quella mattina non era molto allegra perché aveva dei pensieri bui, diceva, e non sapeva come mandarli via. La sua tristezza era dovuta alla partenza del giovane Ettore, andato a cercare fortuna. Quando vide entrare Anthalos corse nel retrobottega per prendere il sacco del pane, cercando di sembrare allegra. Non voleva che l’uomo la vedesse triste, lui che viveva in quella casa fredda e isolata, chissà perché. Sul bordo del sacchetto del pane Anthalos, all’improvviso, scorse una piccola fiammella tremolante e bucherellata. Alquanto perplesso si allontanò in silenzio, dopo i ringraziamenti di rito. Al ritorno camminava assorto osservando la fiammella che continuava a tremolare. Il bosco era buio, perché in inverno il sole c’era per poco, i cinghiali e gli istrici fuggivano, le piante di more erano spoglie e gli alberi restavano in silenzio. Lungo il sentiero non si incontravano né le lucertole né le farfalle, una bella tristezza, con tutto quel bianco della neve e il grigio dei tronchi.

Arrivato alla cascina Anthalos appoggiò i suoi acquisti sul tavolo. Accese il fuoco nel camino, si sedette in attesa che l’acqua per il tè si scaldasse, osservando la fiammella sempre più tremula e sottile. Si sentiva triste osservando la fiammella così tremula e desiderava darle energia.

Ne’ i libri né le stelle seppero indicargli dove trovare il modo per rendere la fiammella più forte. Cominciò, quindi, a parlare con la fiammella e per non dimenticarsi ciò che raccontava, lo scriveva su un quaderno con le righe rosse. La fiammella era sempre più vivace e allegra man mano il quaderno si riempiva di segni. Dopo una notte intera e un quaderno a righe rosse pieno di segni incomprensibili la fiamma era diventata molto forte e rischiarava la baita più del fuoco nel camino. Anthalos, stanco e intontito, si addormentò all’alba con la testa sul quaderno.

Un cinguettio insistente lo destò. L’uomo sollevò il capo e, osservando la stanza, scoprì che la fiammella era scomparsa.

Fece un balzo, si vestì velocemente e ignorando le lamentele del passerotto scese al paese. Si intrufolò quasi di soppiatto nella panetteria aspirando il profumo di pane caldo fino a svenire dalla fame. La dolce Ellen canticchiava una bella canzone mentre serviva i clienti con gioia. Ogni tanto sbirciava una cartolina con scritto TI AMO bene in evidenza vicino alla cassa. Anthalos, sollevato, chiese se aveva una torta di mele e ricevette la torta di mele più morbida della vallata. Tornò fischiettando allegramente dal passerotto che aspettava affamato.

Tempo dopo Anthalos gironzolava per il mercato del paese curiosando fra le varie bancarelle.

Svoltato l’angolo, quasi inciampò nel panno che una donna magra ed emaciata aveva steso sul terreno. Sopra era ammonticchiato ciarpame di ogni tipo, suppellettili inutili, oggetti rotti, da buttare.

Alcuni oggetti erano anche graziosi ma completamente inutilizzabili. Anthalos incuriosito da un mercanteggio così strano si avvicinò osservando meglio. Notò una matita spuntata che aveva tante stelline dorate. Le chiese quanto costava. La donna, che si chiamava Mathilda, lo guardò distrattamente e rispose che non costava niente, la regalava se lui riusciva ad utilizzarla di nuovo. Regalava gli oggetti a chi era così disperato da comperarli. In quel mucchio di ciarpame non c’era niente da salvare a meno che uno non fosse così bravo da reinventarne l’uso o avesse dei pezzi di ricambio che lei non possedeva. Si misero a discorrere e lei gli raccontò del suo viaggio con la carriola tutta sgangherata lungo i sentieri della montagna, sfuggendo ai lupi. Gli orsi per fortuna erano in letargo!

Lui le raccontava della sua baita mentre osservava la fiammella che mera apparsa improvvisamente sulla sommità della matita, flebile e piena di buchi, allo stremo. Le chiese se sarebbe tornata al mercato e lei rispose che non ne aveva alcuna idea perché dipendeva da quanta mercanzia riusciva a vendere. Anthalos all’improvviso le propose di andare alla baita, dove si stava al caldo e i lupi non potevano entrare. La donna sorrise stancamente ringraziandolo, ma non avrebbe saputo dove mettere tutte quelle cose. Non poteva certo buttarle via e il sentiero del bosco era troppo faticoso da percorre con un fagotto così grosso sulle sue fragili spalle. Decisero che lei sarebbe rimasta la notte sotto il portico. Il giorno dopo l’avrebbe aiutata a trovare una soluzione per liberarsi di tutta quella roba inutile, che le bloccava i movimenti.

Anthalos, tornato a casa, mise la matita dentro un bicchiere per osservare meglio la fiammella sempre più sottile e trasparente. Memore della volta precedente, anziché cercare indicazioni nelle stelle o nei libri prese un quaderno con le righe verdi. Iniziò a scrivere quello che immaginava osservando la fiammella. Più scriveva vicende tristi e amare, di botte e di dolore, più la fiammella diventava forte e chiara. Al termine della notte aveva riempito due quaderni con le righe verdi e la fiammella era diventata molto forte e luminosa. Anthalos all’alba si addormentò esausto, con la testa sul quaderno.

Al risveglio scoprì che era mezza mattina, tornò al paese di corsa temendo che Mathilda se ne fosse andata. Scorse un nugolo di gente proprio davanti alla sua mercanzia, che durante la notte si era miracolosamente aggiustata. Mathilda era diventata bella, con i capelli setosi e lo sguardo vivace. Appena lo scorse gli andò incontro e gli buttò le braccia al collo ringraziandolo per la sua gentilezza.

Lui arrossì e prese in mano una bel candelabro di legno intarsiato su cui brillava una luce bellissima. Allora chiese a Mathilda se anche lei vedesse la luce, si sentì rispondere che solo alcuni vedevano i lumi e lei, purtroppo, non era fra quelli. Anthalos osservò attentamente il candelabro e scoprì che c’era una incisione che recitava “Per il Curatore di Anime”

Appena lo lesse si ritrovò nella sua baita con Mathilda che spentolava allegramente per la stanza . I quaderni con le righe rosse e verdi si trovavano sulla libreria intonsi, da riempire di nuovo, quando avesse incontrato qualche altra fiammella da aggiustare e qualche anima da guarire. Le brutte avventure erano scomparse insieme alla tristezza.

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